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Tano ovvero la mafia… non esiste
di Bruno Fontana
Giorgio Panero, architetto, pittore e insegnante, ha esordito nel 2005 con Raoul (Editrice Zona), l’epopea di una famiglia nelle sue infinite sfaccettature nello spaccato d’una Italia che non c’è più, quella dei contadini e dei lavoratori. Oggi torna con un nuovo libro, intenso e dalla scrittura accattivante, Tano, per i tipi della stessa editrice. È un romanzo “vero” che attraversa tutto il Novecento: il dramma della guerra, la lotta della liberazione, la ricostruzione fino al boom economico. Tano costruisce la sua vita in una terra lontana ma il suo desiderio è tornare dov’è nato, in Sicilia. Il rientro però è amaro. La sua nuova vita nell’isola dovrà scontrarsi con lo strapotere della mafia… mafia che per molti siciliani ancora… non esiste. Panero, qual è la chiave di lettura di una storia così diversamente impegnata? Non perdere l’occasione di censurare l’esistenza di un bubbone, la mafia, che opprime la società impedendone il decollo verso accettabile e distesa evoluzione. Il mezzo è il racconto di Tano che dotato di “buona volontà” riesce a sostenere impegni ambiziosi con la determinazione, la volontà pura. Di matrice etimologica unica “volontà” e “buona volontà” esprimono significati diversi. La buona volontà è la prerogativa della disponibilità nelle circostanze più diverse. Si esalta quando comporta sacrificio e superamento dei limiti che rafforzano i più rispettabili valori umani, è il caso di Tano. La volontà è attitudine superiore della personalità: prende per mano gli uomini determinati e li sostiene negli impegni più ostici con quel senso tra l’ideale e l’irresponsabile che accompagna le imprese più ardite, trasformando gli ostacoli in obbligo e la fatica in coraggio. Anche questo è il caso di Tano. L’incontro dei due concetti nel mio personaggio conduce al significato di “valore” che l’attuale negativa evoluzione del costume ha spostato su più immediate aspettative di effimera concretezza. Nella sua vita Tano ha sempre perseguito una costruttiva disposizione nelle qualità umane che ne definiscono la struttura morale non solo in senso etico, ma soprattutto nella dirittura degli impegni. Tano come strumento per ricordare che i tempi odierni non solo ignorano il senso di certe concezioni, ma vestono disinvolte abitudini portatrici di modi e consuetudini di scarsa consistenza virtuosa. Qual è il senso dell’aggancio alla seconda parte del libro, dove l’impegno narrativo si sposta dal personale sul sociale deteriorato? La Sicilia, centro del mondo, isola e luogo delle più belle espressioni della natura, offre spazio a penalizzanti aspetti del non giustificato degrado sociale. Terra di civiltà e cultura di importanza assoluta non si ritrova nel degrado e nelle asociali abitudini attuali. L’aggancio alla vita esemplare di Tano nasce dalla esigenza di testimoniare il bisogno di riscatto di una società impoverita di principi non più in ribasso, ma colpevolmente assenti nelle attuali generazioni. Non si riscontrano segni di crescita verso verità illuminanti; il mondo mediatico e perfino la storia percorrono interessi votati ai tornaconti individuali nella censura dei quali, per chi vuole rilevarli, esistono nella vita di Tano pochi, ma significativi segni di avvertimento. Come in Raoul, lei ha scelto la narrativa storica per le impostazioni di responsabilità personali e collettive. Predilige questo tipo di invenzione letteraria? Al lettore qualcuno deve pure ricordare la considerazione dell’“altro” come essere paritario e non come strumento; che ogni azione anche solo personale comporta responsabilità sociali; che purtroppo frequenti azioni criminose non possono considerasi segni del tempo che si evolve in senso liberatorio e sviluppo dello spirito di tolleranza. Il pizzo e l’omicidio non sono il risultato di un inasprimento di insoddisfazione, ma di una inaccettabile torsione malavitosa. Il momento conclusivo della narrazione non è espressione di un poco realistico ottimismo? No, va letto come un atto di fede nei confronti delle azioni indirizzate al ravvedimento di un costume che è stato capace di un autentico plagio sociale. I segnali di una possibilità di recupero sono da individuare nella creazione della capacità di eliminazione del crimine da parte della mano pubblica. Tano con le sue azioni ne dà un adeguato e coraggioso indirizzo. Il racconto di Tano si esprime così in un modello di comportamento che su tutti i fronti raccoglie risultati e consensi. |