Fa impressione vedere tutti quei giovani a petto nudo affrontare soldati, guardie armate e spietati mercenari per liberare i loro paesi in mano a tiranni da decenni. Fiumane di persone in collera, decise a tutto, anche a morire, pur di combattere i soprusi e la miseria. Sanno che per conquistare la democrazia non basta il sangue versato per dare la spallata alle dittature, il cammino sarà lungo e tortuoso, come accade sempre dopo una rivoluzione. Ma si fidano della storia, che è maestra di pazienza e di volontà. La fame porta con sé il germe della ribellione, ma non è stato solo il pane a trascinare nelle piazze milioni di arabi, il pane è stato la scintilla. Poi c’è stato Internet a propagare la brama di libertà. Già, Internet, Facebook, Twitter, i Social Network, gli sms. In passato erano i corrieri a cavallo a portare le notizie, a consegnare i dispacci, a diffondere le comunicazioni ufficiali. Poi il telegrafo, il telefono, la radio (chi ha vissuto gli anni bui dell’ultimo conflitto mondiale era all’ascolto di Radio Londra, tum tum TUM, con il cuore che batteva in attesa delle notizie). Oggi la rivolta corre con Internet. La globalizzazione dell’informazione e della comunicazione ha permesso alle notizie di volare come il ghibli nel deserto, raggiungendo dopo le città e i villaggi anche le tribù più isolate. Nulla può fermare il vento, nulla può fermare l’anelito di libertà. In quanto alle immagini dell’insurrezione, degli scontri nelle strade, dei morti e dei feriti non sono i network come la CNN o la BBC a trasmetterceli, come in passato, ma cellulari da poche centinaia di euro nelle mani di chi sta sui luoghi dove accadono i fatti anche più cruenti. Immagini tanto più mosse e poco nitide, quanto più drammatiche e sconvolgenti. Ricordo la prima guerra del Golfo, con i reporter della CNN appostati sui tetti a trasmettere le immagini della battaglia a Bagdad. Non erano giornalisti embedded, per cui a loro andava la nostra ammirazione, erano in prima linea, senza la tutela e nemmeno la censura dell’esercito americano. Questo succedeva solo venti anni fa, oggi la CNN non detiene più il monopolio delle news in prima linea. Le immagini che vediamo nei notiziari tivù sono spesso immagini amatoriali, che arrivano a noi ben prima di quelle riprese dalle telecamere degli inviati nei fronti caldi. Queste sono le prime scintille che grazie a Internet hanno acceso il fuoco della ribellione in paesi in mano a dittature. E penso a cosa può succedere in altri luoghi, in Asia per esempio, dove miliardi di persone potrebbero un giorno dire basta a loro volta. I governi devono rassegnarsi, non possono bloccare Internet in eterno.