La nausea

“Che imbecilli. Mi ripugna il pensare che sto per rivedere le loro facce ottuse e piene di sicurezza” (Jean Paul Sartre La nausea). Già la nausea, non quella esistenziale del grande filosofo e scrittore francese ma quella che mi prende la mattina. La mattina quando mi guardo allo specchio, e cioè quando leggo le notizie del giorno e mi dico, ma com’è possibile che mi sia ridotto così? Che ci siamo ridotti così? Un’immagine rimbalza sul mio specchio, quella dei due vecchi seduti uno accanto all’altro in Parlamento e che gioiscono dopo che i loro cortigiani e servi sciocchi hanno salvato con il voto segreto un altro dei loro accoliti accusato di gravi reati. Ebbene quei due vecchi facevano rabbia e mettevano anche tristezza. Erano il ritratto della decrepitudine, uno visibilmente acciaccato che si esprime grugnendo e puntando il dito medio e l’altro, dal sorriso di plastica, ormai logorato e ormai privo di appeal anche per le sue vecchie fan. Patetici e pericolosi, quei due fantocci che sopravvivono ancora grazie al poco ossigeno di una maggioranza risicata e traballante, sotto ricatto dei Responsabili. Dicevo allo specchio, ma guarda questi due, hanno la mia età, ma mentre io devo badare solo alla mia casa, loro hanno il destino del nostro paese tra le mani. Ebbene, se per il primo il paese è la Padania e l’altro ha il cervello fuso dalle sue ossessioni compulsive e governa “a tempo perso”, come può l’Italia uscire dalla crisi che l’attanaglia? Mentre tutti i paesi devono affrontare una devastante crisi economica, il nostro deve anche fare fronte allo sputtanamento internazionale, alla caduta verticale dell’etica, dell’orgoglio nazionale e della credibilità, per figurare ancora dignitosamente nel concerto delle nazioni civili. Lo spettacolo è avvilente, misero e ci trascina nella depressione quotidiana di un paese che non sembra più avere un futuro. Così lo specchio mi domanda “ma che fine ha fatto l’Italia che hai conosciuto negli anni Sessanta? Il paese del più ingente patrimonio artistico e culturale del mondo e dalla biodiversità più ricca in Europa, dalla creatività senza pari nel mondo? E allora”, insiste lo specchio, “come può una nazione naufragare senza che un sussulto di amor proprio ne scuota le energie, e la tiri fuori dal clima comatoso in cui è precipitata, e fare risorgere il Bel Paese d’una volta?” Un uomo al timone della barca che mentre s’inabissa continua a raccontare barzellette sconce e a non mollare gli ormeggi, è lo stesso che pensa: aprés moi le déluge. Che cosa resterà dell’Italia dopo il diluvio? Lo specchio, beffardo, mi dice: “ve lo siete scelto voi il nuovo miracolo italiano, ora tramutatosi in incubo italiano, e sono quasi venti anni che ne sopportate gli esiti disastrosi. Io sono uno specchio, posso solo mostrarvi come sei, come siete”. Già, tocca a noi fare sì che lo specchio ci rimandi immagini diverse, meno scioccanti e deprimenti che ci riconsegnino la speranza. E questa speranza ce la devono dare i giovani, quelli che si ribellano al potere cannibale delle banche, della finanza, della speculazione, della corruzione e dei rating. Ma sì, indigniamoci. Pur che sia senza violenza, perché la violenza è pane per i loro denti affilati.
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