Il buono, il brutto e il cattivo

Gianluca Calvino

Quel libro è bello, quell’altro è brutto. Ma che significa? La bruttezza, come la bellezza, sono concetti relativi. Nell’arte i canoni da seguire per valutare un’opera non sono il bello e il brutto, ma il valore intrinseco dell’oggetto e ciò che concettualmente rappresenta.
In editoria la valutazione di un testo non può che risentire del tipo di legame che si ha con esso. Per l’autore il libro è l’espressione della propria soggettività. Per l’editore è un’idea da inserire in un progetto. Per il redattore è un testo da levigare e migliorare con pazienza. Per l’ufficio commerciale è merce. Per l’ufficio stampa è un oggetto culturale da far circolare. Per il libraio è un prodotto da vendere.
Vi sono poi i giudizi “emotivi”, che contano anch’essi nella valutazione sulla bellezza o la bruttezza di un libro. Non ci sentiremo mai di definire brutto il libro che leggevamo quando abbiamo incontrato l’amore: anche se fosse davvero scadente, da ogni punto di vista, esso rappresenterà sempre un bel ricordo, e la nostra valutazione sarà inevitabilmente condizionata in positivo. Al contrario, è assai difficile che riusciremo a definire “bello” un libro che ci ha accompagnato in un momento particolarmente difficile o amaro dell’esistenza.
Da addetti ai lavori, i criteri sono ben più scientifici. La scelta di titolo, copertina, quarta o bandella segue dei criteri di comunicazione editoriale che, se disattesi, fanno del volume un “brutto” libro, ossia un prodotto incapace di imporsi sul mercato e di attirare quelle fette di potenziali acquirenti a cui deve necessariamente mirare.
Vi sono poi i criteri letterari. Se un romanzo di genere, ad esempio, non corrisponde ai canoni tradizionali del genere stesso, il lettore si sentirà tradito, ingannato e maturerà un ovvio risentimento nei confronti dell’autore nonché dell’editore reo di aver messo in atto quel raggiro letterario.
Più semplicemente, basta che un testo sia scritto male, risulti linguisticamente sciatto, banale, e magari non abbia alcuna consistenza di trama, personaggi o ambientazione, perché esso possa essere tranquillamente definito cattivo.
E poi non dimentichiamo i casi (frequenti) in cui il libro presenta errori di impaginazione o giustificazione, caratteri inadeguati o incoerenti, indici sbagliati, refusi in quantità industriale.
Ma a prescindere dalle valutazioni tecniche, c’è poco da fare: il libro risulterà bello o brutto se incontrerà o meno i gusti del lettore. E il lettore, si sa, ha sempre ragione…